17/11/08

Di maschere e ruoli
























Ogni uomo mente, ma dategli una maschera e sarà sincero.
Oscar Wilde

Questa frase è estremamente veritiera... e assurda al tempo stesso, in quanto, ogni persona introspettiva può rendersene conto, in ogni momento della nostra giornata ci troviamo ad "indossare una maschera", a falsare un pò quello che siamo per poter essere accettai dagli altri e piacere, e di riflesso, piacersi. E' un pò il pensiero, che però si muove in senso opposto, su cui si basa la rivelazione che arriva al protagonista di un racconto di Pirandello.
L'autore, attraverso il suo personaggio, a partire da un suo piccolo difetto fisico notato dalla moglie e che lui non aveva mai percepito, arriva a rendersi conto che noi vediamo attraverso una maschera qualunque persona su cui posiamo gli occhi e la mente, anche noi stessi; tremenda è la visione del riflesso di se stesso nello specchio quando prova a spogliarsi della maschera. Le maschere sono essenziali per poter muoversi e farsi accettare agli altri, tutto sta a saper riconoscere le proprie maschere e a saperci giocare, incatenarsi ad una maschera, ad un ruolo non porta altro che danno. Ironicamente, come notava Wilde, quando sentiamo la sicurezza di una maschera reale possiamo abbandonare quella mentale ed essere, un fuggevole attimo, esclusivamente noi stessi.

Le psicologie si sono interessate all'aspetto delle maschere molto spesso, anche se sotto sfaccettature e con teminologie diverse.
Ad esempio le forme di terapia che fanno uso del teatro e delle sue varie techiche, come lo psicodramma sia psicoanalitico che moreniano, sfruttano la possibilità di assumere temporaneamente, nella sicurezza della seduta, il ruolo di questo o quel personaggio della propria costellazione di vita.

Le maschere non vengono solo scelte da noi, ma molto pià spesso, sono consegnate da altre persone (un esempio ben chiaro di maschera che si è tentano di imporre è quando, disamorati di una persona, ci rendiamo conto che l'abito che la maschera cucitagli addosso poco o nulla a ha che vedere con essa) o ereditate.
Jung, ad esempio, chiama archetipi null'altro che delle maschere, estremamente cariche di significato, che ci vengono consegnate all'atto della nascita e che noi reinventiamo per meglio adattarle a noi. Così l'uomo ha un proprio animus, che rappresenta l'archetipo mascolino, prediligendolo all'anima, la controparte femminile, da cui comunque trae delle peculiarità, e relega all'uso dell'ombra i momenti in cui si permette azioni che vanno contro il proprio animus.

Di maschere ereditate parla anche la psicologia sistemica quando analizza il mito familiare (su cui più che un blog occorrerebbe scrivere un'enciclopedia). Così ad esempio la figlia indossa, inconsiamente, la maschera di anoressica per tenere in scena l'opera "la famiglia tutta in soccorso" per evitare che gli attriti tra i genitori sfocino in qualcosa di pericoloso per l'unione familiare, o la madre mette addosso al figlio la maschera di svogliato per poterlo tenere ancora nell'alveo della famiglia .

Potremmo dire molto altro, ma l'ora è tarda e la mattina si avvicina e mi viene in mente, da nominare, l'idea che l'uso delle maschere sugli altri ha spesso anche una funzione di categorizzazione... Pensate ai soldati tedeschi che, indottrinati a dovere, potevano, almeno al momento, giustificare le atrocità commesse nei lager perchè non vedevano persone ma, appunto, mascherati da inumani nemici della razza ariana...

Maschera non è di per sè negativo o positivo, ma è il singolo che può giovarsene se sa giocarvi ed è capace, al moento giusto, di abbandonarle, come può torvare in essa un modo consolatorio di esprimere il proprio disagio...

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